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Coaching ontologico: cos’è, come funziona e a cosa serve

Il coaching ontologico parte da una premessa radicale: siamo fatti di linguaggio. Non nel senso banale che comunichiamo con le parole, ma nel senso profondo che il linguaggio crea la realtà in cui viviamo. Scopri origini, metodi e quando può essere lo strumento giusto.

Cos’è il coaching ontologico

Il coaching ontologico è un approccio sviluppato dal filosofo e coach cileno Rafael Echeverría. Il termine ontologico si riferisce all’ontologia, la branca della filosofia che studia la natura dell’essere.

La premessa centrale è potente: il linguaggio non è solo uno strumento per descrivere la realtà. Il linguaggio crea la realtà. Quando dici «Non sono bravo nelle relazioni» non stai solo descrivendo uno stato di fatto: stai costruendo un’identità che poi si autorealizza nei tuoi comportamenti.

Le origini: Echeverría e Maturana

L’approccio ontologico nasce dall’incontro tra la filosofia del linguaggio, in particolare le opere di Austin, Searle e Wittgenstein, la biologia della cognizione di Humberto Maturana e la tradizione del coaching nordamericano degli anni Ottanta.

Echeverría ha sistematizzato questi contributi nel suo libro Ontología del Lenguaje, pubblicato nel 1993. Ha poi fondato Newfield Network, una delle principali scuole di coaching ontologico al mondo.

I tre domini: linguaggio, emozioni e corpo

Il linguaggio comprende non solo le parole, ma gli atti linguistici: le promesse che facciamo, le richieste che avanziamo, i reclami che evitiamo, le storie che raccontiamo su noi stessi.

Le emozioni nel coaching ontologico non sono stati d’animo passeggeri ma predisposizioni all’azione. La paura predispone alla fuga; la fiducia predispone all’apertura.

Il corpo è il terzo dominio. La postura, il respiro, il modo di muoversi non sono solo espressioni di stati interiori: li creano. Una persona che cammina a testa bassa ha accesso a esperienze diverse da una che cammina a testa alta.

A cosa serve il coaching ontologico

È particolarmente efficace per migliorare la qualità delle relazioni lavorando su come si comunicano le aspettative. Utile per sviluppare autorevolezza e presenza nella leadership. Aiuta a superare i blocchi linguistici, quelle storie paralizzanti come «Non sono fatto per questo».

Aiuta anche ad ampliare la gamma emotiva, uscendo da stati cronici come il risentimento o la rassegnazione.

Differenza con il coaching classico e la PNL

Rispetto al coaching classico, l’approccio ontologico è più filosofico e lavora su un livello di profondità maggiore. Non si concentra solo sul come fare ma sul come essere.

Rispetto alla PNL, il coaching ontologico ha una base teorica più solida e un approccio meno tecnicistico. Dove la PNL usa tecniche specifiche, il coaching ontologico usa principalmente il dialogo e la riflessione.

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Domande frequenti

Cos’è il coaching ontologico?

Un approccio che considera linguaggio, emozioni e corpo come tre domini inscindibili. Il linguaggio non descrive solo la realtà: la crea. Cambiare come parliamo di noi stessi significa cambiare chi siamo.

Chi può fare coaching ontologico?

Chi vuole un cambiamento profondo nel modo di relazionarsi con sé stesso e con gli altri. Particolarmente utile per leadership, comunicazione e relazioni interpersonali.

Differenza tra coaching ontologico e PNL?

La PNL usa tecniche specifiche; il coaching ontologico usa il dialogo filosofico sulla natura del linguaggio. L’approccio ontologico ha una base teorica più strutturata.